Abbiamo intervistato in esclusiva per tuttomercato24.com le dichiarazioni di Eleonora Tacconi.
Ogni Mondiale riserva sempre qualche sorpresa. Guardando al torneo appena concluso, quale nazionale o quale giocatore ti ha colpito maggiormente per la capacità di andare oltre le aspettative e quali aspetti del loro percorso ritieni possano lasciare un segno anche nel calcio dei prossimi anni?
Il mondiale ha regalato molte storie straordinarie ma quella che mi ha colpito ed emozionato di più è stata quella del Capo Verde, gli unici tra l’altro a fermare i campioni del mondo in carica della Spagna. Una bella magia, con protagonista il portiere quarantenne Vozinha.
E poi ti dico la Norvegia, non solo per i meriti di quanto fatto in campo, ma per essere stata un manifesto di ironia e trasparenza. Una squadra che non si è mai arresa e che ha fatto della forza mentale una delle proprie armi migliori. Un gruppo formato da giovani molto interessanti anche in prospettiva futura: Hauge, Larsen, Schjelderup…
Al contrario, ci sono state squadre considerate tra le favorite che hanno faticato più del previsto o non sono riuscite a esprimere il loro potenziale. Secondo te, le delusioni più grandi sono state legate a limiti tecnici, scelte tattiche o alla gestione della pressione?
In queste competizioni il margine d’errore è pari a zero. Il fallimento delle favorite è quasi sempre il risultato di un effetto domino in cui aspetti tecnici, tattici e psicologici si intrecciano. Tante sono le squadre che mi hanno deluso e che sono crollate per questi fattori: la Germania oltre all’incubo rigori, ha avuto una fragilità difensiva, i Paesi Bassi invece hanno deluso per possesso palla sterile e prevedibile, specie nella partita contro il Marocco e poi perché, nonostante il valore della rosa, è mancata la precisione negli ultimi 20 metri. Un’altra grande delusione è stata il Brasile, un fallimento storico per la Selecao che prima, da segnali di crescita costante e poi davanti alla prima vera squadra attrezzata (la Norvegia), vanno in confusione .
Spesso il Mondiale consacra nuovi protagonisti e ridimensiona nomi già affermati. C’è un calciatore che esce da questa competizione con uno status completamente diverso e, viceversa, qualcuno che ha perso un’occasione importante per confermare il proprio valore?
In termini di statuto e definitiva consacrazione, la competizione ha offerto due risposte chiarissime su livelli diversi: Rodri che non è più solo il metronomo ideale per il gioco di possesso, ma un vero e proprio leader emotivo e tattico globale e Mbappe, unico a salvarsi della Francia per voglia, determinazione, talento indiscusso che lo hanno reso capocannoniere della competizione Sul fronte opposto invece, chi ne esce ridimensionato da questa spedizione sicuramente è Vinicius che nei momenti più importanti non è mai stato determinante.
Molte nazionali hanno puntato su gruppi giovani e progetti di lungo periodo. Quale percorso ti ha convinta maggiormente e quale, invece, dovrà essere rivisto profondamente per tornare competitivo nei prossimi grandi appuntamenti internazionali?
Il progetto tecnico che ha convinto di più in assoluto è quello della Spagna. Affidarsi a una spina dorsale giovanissima — guidata da diciannovenni come Lamine Yamal e Pau Cubarsí inseriti in un’impalcatura tattica solida e matura gestita da veterani come Rodri — ha dimostrato che la gioventù non è un limite se sostenuta da un’identità di gioco chiara. Subire un solo gol nell’intero torneo stabilisce un record e consacra questo modello come riferimento globale. Il progetto che invece richiede la revisione più profonda è senza dubbio quello del Brasile. L’uscita di scena agli ottavi ha mostrato l’assenza di una struttura tattica definita quando i singoli non riescono a fare la differenza. Obbligatorio ora rifondare sia la propria identità di gioco sia la gestione della pressione psicologica sui giovani talenti (come Endrick e Rayan), evitando di dipendere esclusivamente dalle fiammate individuali.
Se dovessi tracciare un bilancio complessivo del Mondiale, quali sono le tre sorprese e le tre delusioni che ricorderemo tra qualche anno e perché pensi abbiano avuto un impatto così significativo sul torneo?
Se dobbiamo guardare a cosa resterà impresso nell’albo d’oro e nella memoria collettiva di questa Coppa del Mondo 2026, la sensazione è che il torneo abbia segnato un vero e proprio spartiacque: da un lato ha dimostrato che le gerarchie del calcio globale non sono più intoccabili, dall’altro ha punito severamente chi ha pensato di poter vincere affidandosi solo al blasone o ai singoli.
Sorprese:
Capo Verde, la dimostrazione pratica di come la riforma a 48 squadre possa regalare storie epiche senza abbassare il livello del torneo.
La Norvegia che ha dimostrato come un impianto tattico solido e ben strutturato, costruito attorno a un fuoriclasse assoluto nel momento culmine della sua carriera, possa ribaltare i pronostici più chiusi e Spagna la più giovane ma con una solidità difensiva e una maturità senza precedenti
Delusioni invece ti dico il Brasile incapace di trovare un’identità ben precisa, l’Uruguay per la rosa che aveva a disposizione,caduta clamorosamente già ai gironi e la Germania





